Il Carnevale romano com’era una volta

 

Trascorso il Natale, ora si aspetta l’arrivo del Carnevale.

Mi ha sempre affascinato il legame storico – sociale e simbolico che si può scoprire guardando parallelamente a questa festività e al mito dell’Albero della Cuccagna.  Dietro l’elaborazione di entrambi, nati nel Medioevo e poi sviluppatisi nel Rinascimento e oltre, si può leggere il sogno popolare di un mondo capovolto, in cui cibo in abbondanza non manca per nessuno e in cui sono concesse azioni normalmente proibite.

Ecco, forse quello romano, nel suo passato, era uno di quelli che maggiormente poteva rappresentare questo nesso, grazie all’energia e al clamore che sprigionava dalla folla che si riversava per le strade della città durante quei giorni che precedevano la Quaresima.

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Qui a Roma il Carnevale iniziò a diffondersi intorno al X secolo, ma solo a partire dal Rinascimento crebbe in bellezza e importanza.

Otto giorni di tornei, giochi, giostre, battaglie con i confetti, divertivano il popolo: non solo la plebe ma anche nobili e il clero. In più turisti e viaggiatori accorrevano per quello che a quei tempi era uno dei maggiori carnevali d’Europa.

In particolare, tra i principali fautori dell’ascesa di questa festa vi fu papa Paolo II, il quale nel XV secolo volle spostare il teatro dei giochi dalle zone del Testaccio e di Piazza Navona ai dintorni di Via del Corso, per dare così risalto al suo palazzo, Palazzo Venezia.

Nei pressi di quest’ultimo vennero quindi trasferiti i principali divertimenti.

Tra questi ultimi, certo, c’erano le sfilate in maschera, tra cui era possibile scorgere i noti personaggi della Commedia dell’Arte, che in quegli anni emergeva, o figure umoristiche che prendevano di mira la società e la vita quotidiana dell’epoca. Goethe nel suo Viaggio in Italia ci parla di giovani travestiti da donne e donne in abiti maschili, persone abbigliate come contadini, fornai, mendicanti e avvocati.

Da simulazioni di una società sovvertita e scompigliata, il Carnevale e i travestimenti potevano però divenire facilmente anche occasione per fatti di sangue, aggressioni e rivolte. Per questo accadeva che i papi, a volte sostenitori a volte detrattori della manifestazione, per pubblica sicurezza proibivano lo svolgimento di giochi o l’utilizzo di maschere che potevano causare troppa confusione tra la folla.

Tra i personaggi della fantasia romanesca, uno dei più noti (e ancora oggi più amati) era probabilmente Rugantino: attaccabrighe e arrogante, nel tempo si è un po’ “intenerito” divenendo il bullo di periferia, sbruffone e spaccone ma in fondo pavido e bonario.

Oltre alle sfilate, l’evento atteso con più trepidazione da tutti, popolo e nobili, era la corsa dei berberi, cavalli di origine nordafricana; questi venivano condotti in Piazza del Popolo imbrigliati, finché alla partenza della gara venivano liberati e lasciati correre lungo Via del Corso. Arrivati a Piazza Venezia un gruppo di uomini cercava di fermarli ostentando forza e coraggio.

Il martedì grasso, era dedicato alla famosa corsa dei moccoletti, durante la quale tra la frenesia dell’ultimo giorno si correva con una candela accesa in mano, e intanto si cercava di spegnere quella degli altri con scherzi e imbrogli di ogni tipo.

Insieme a Goethe, molti altri scrittori e artisti sono rimasti affascinati dai colori, dall’esultanza e dalle luci e ombre di questa manifestazione. Tra tutti, spicca sicuramente l’opera di Bartolomeo Pinelli, che tra il ‘700 e l’ 800 con i suoi disegni seppe cogliere con incredibile attenzione lo spirito di quella società.

Nel corso del XIX secolo, purtroppo, il Carnevale romano ha iniziato a spegnere la sua vivacità e poi è scomparso del tutto, soprattutto dopo la proibizione della corsa dei cavalli a causa di un incidente in cui aveva perso la vita un ragazzo.

Negli ultimi anni si è cercato di riportarlo in vita, ad esempio con la sfilata in maschera. Ma questa è un’altra storia.

 

 

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